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L'ORDINE IN SICILIA
LE
ORIGINI STORICHE
DELL’ORDINE EQUESTRE DEL SANTO SEPOLCRO DI GERUSALEMME IN SICILIA
DAI NORMANNI AGLI ARAGONESI
L’ORDINE EQUESTRE DEL SANTO SEPOLCRO IN SICILIA
DAI MUSSULMANI AI NOSTRI GIORNI
LE
ORIGINI STORICHE
DELL’ORDINE EQUESTRE DEL SANTO SEPOLCRO DI GERUSALEMME IN SICILIA
DAI NORMANNI AGLI ARAGONESI
La questione delle origini storiche dell’Ordine Equestre del Santo
Sepolcro di Gerusalemme in Sicilia va inquadrata nel contesto degli
avvenimenti storici, sottesi nell’arco di tempo, che va dalla venuta
dei normanni in Sicilia nell’anno 1061 fino all’anno in cui Alfonso
I, re d’Aragona e di Sicilia, espulse i frati costituenti la comunità
cenobitica dell’ordine dei confrati del S. Sepolcro di Gerusalemme,
sostituendovi un Priore, col titolo di confrate con commenda, e sempre
insignito delle cinque croci rosse dell’Ordine.
Tale arco di tempo va diviso in quattro parti, relative alle quattro
diverse dinastie che si succedettero nel governo della Sicilia dal 1067
al 1446 e cioè:
- la prima parte relativa alla dominazione normanna che va dal 1061 al
1190;
- la seconda parte relativa alla dominazione sveva, che va dal 1194 al
1264;
- la terza parte relativa alla dominazione angioina, che va dal 1265 al
1282 cioè all’insurrezione dei Vespri Siciliani contro i francesi;
- la quarta parte relativa alla dominazione aragonese, che va dal 1282
al 1446.
Dominazione Normanna
Questo periodo va dal 1061, anno in cui i normanni cominciarono a
conquistare la Sicilia, all’anno 1194 anno in cui Enrico VI di
Germania eliminò i normanni e si impossessò della Sicilia.
Dopo che nel 1036 era stato cacciato dalla Sicilia l’ultimo emiro,
Hassan Sam-Sam Eddaula, nel 1061 vennero a conquistare la Sicilia i
normanni, guidati da Roberto il Guiscardo e dal conte Ruggero che quale
vassallo di suo fratello Roberto vi si stabilì. Roberto il Guiscardo
invece si insediò nelle Puglie che il papa Nicola II, avente come suo
segretario il monaco Ildebrando, futuro papa Gregorio VII, gli aveva
dato in feudo, costituendovelo suo vassallo. Tale gesto di Nicolò II fu
ispirato da motivi politici e cioè per contrapporre quella nascente
potenza dei normanni, dimostratisi devoti al Papa, alla prepotente
invadenza degli imperatori Germanici che, col pretesto dell’investitura
da loro conferita all’atto dell’insediamento degli ecclesiastici
nelle rispettive sedi del loro sacro ministero compresa l’elezione del
Papa, spadroneggiavano nella chiesa.
Nella Quaresima 1075 il sucennato Papa Gregorio VII (1073-85) emanò il
celebre decreto contro le investiture dei Vescovi fatte dall’Imperatore
Germanico, contro le simonie e contro il matrimonio degli ecclesiastici.
L’imperatore Enrico IV si oppose in ciò al Papa e avvalendosi dell’appoggio
di 26 vescovi riuniti in sinodo a Worms nel 1076 dichiarò deposto il
papa: a ciò seguì un sinodo di vescovi Lombardi radunati a Piacenza,
che approvò l’inaudita intromissione e sopraffazione dell’imperatore
sui poteri della Chiesa.
Il Papa nel sinodo Quaresimale del 22 febbraio 1076 lanciò la scomunica
contro Enrico IV, sciogliendo i sudditi dal giuramento di fedeltà e
proibendo l’obbedienza verso di lui.
A favore del Papa fra gli altri si schierarono i Normanni.
I principi tedeschi, riuniti nella dieta di Tiribur, si schierarono col
Papa e sospesero la loro sottomissione all’Imperatore: ciò avvenne
nell’ottobre 1076 presso Magonza; e, anzi, invitarono il Papa ad
intervenire nella dieta di Augusta, che si sarebbe dovuta riunire il 2
febbraio 1077 per decidere definitivamente.
Enrico chiese perdono al Papa nel castello di Canossa il 28 gennaio
1077.
Ma poi subito si ribellò; fece eleggere l’antipapa Clemente III e
dopo tre successivi assedi, si impossessò di Roma, eccettuato il Castel
S. Angelo, dove Gregorio VII si era rifuggiato.
Nella Pasqua 1084 l’antipapa Clemente III incoronò Enrico IV
imperatore.
Ma subito a Roma arrivò Roberto il Guiscardo, duca dei Normanni e
vassallo della S. Sede e liberò il Papa.
Frattanto le schiere Normanne manomisero Roma; Enrico IV e il suo
esercito si ritirò; ma il popolo romano si sollevò, tanto ché il Papa
scelse la via dell’esilio, rifugiandosi a Salerno, dove morì il 15
maggio 1085, pronunciando le ultime parole rimaste celebri: "Ho
amato la giustizia, ho aborrito l’iniquità, per questo muoio in
esilio".
Prima di morire aveva concepito l’idea di una crociata: egli espose il
progetto di recarsi personalmente, alla testa di un grande esercito, in
Oriente per liberare il S. Sepolcro e rinnovare l’unione con la chiesa
Greca (1074).
Sulla base dell’ordinamento politico medievale, che regolava il regime
del S. Romano Impero, egli considerò l’Italia meridionale, la
Sicilia, la Sardegna, la Corsica, l’Aragona, la Polonia e l’Ungheria
come "proprietà di S. Pietro"; e avanzò anche l’affermazione
di diritti feudali sopra l’Inghilterra, la Danimarca, la Russia, e il
regno di Dalmazia-Croazia.
Il progetto di Gregorio VII fu realizzato dal suo successore Urbano II
(1088-99), il quale nel 1094 sollecitato da Alessio I Commeno,
imperatore di Costantinopoli, cui incombeva l’imminente invasione dei
Turchi Selgicidi, provenienti dall’Egitto, indisse la crociata; che
effettivamente fu mobilitata in occasione del Sinodo di Clermont nell’Anvergne,
nel novembre 1095.
All’iniziativa del Papa tutti risposero col grido: "Deus lo vult".
E così si formò l’esercito crociato, animato dall’ardente
entusiasmo dell’eremita Pietro d’Amiens; i crociati arruolati erano
quasi interamente francesi e Normanni dell’Italia meridionale, sotto
il comando supremo del nobile Goffredo di Buglione, duca della Bassa
Lorena, e dei suoi fratelli Baldovino ed Eustachio, che comandavano le
truppe francesi; mentre le truppe Normanne e Italiane erano comandate
dal giovane principe Boemondo di Taranto, figlio di Roberto il Guiscardo
e perciò nipote di Ruggero I, conte prima e poi re della Sicilia.
Gli eserciti crociati marciarono nell’estate 1096; e, seguendo il
corso del Danubio, si diressero verso Costantinopoli.
Nel giugno 1098 presero Antiochia di Siria, che fu eretta come
principato Occidentale e affidata al governo del valoroso Normanno
Boemondo di Taranto, che vi si insidiò con parte delle sue truppe;
mentre al fratello di Goffredo Buglione, Baldovino, era stato assegnato
il principato di Edessa.
Il resto degli eserciti proseguì verso Gerusalemme, che dopo quattro
settimane di assedio, il 15 luglio 1099 fu conquistata e affidata al
Governo di Goffredo di Buglione, che vi instaurò il regno latino d’Oriente,
ma per umiltà volle assumere solo il titolo di "protettore del S.
Sepolcro". Egli sconfisse un altro esercito, quello egiziano di
riserva, piazzato presso Ascalona; ma nel luglio 1100, dopo appena un
anno di regno, morì.
Gli succedette il fratello Baldovino di Edessa, che assunse il titolo di
re di Gerusalemme (1100-1118).
La presenza del Normanno Boemondo, che reggeva il principato di Siria, a
sostegno dei domini dei crociati in Terra Santa, attirò la simpatia e
la solidarietà di tutti i normanni, particolarmente di quelli della
Sicilia, retta dallo zio di Boemondo e cioè dal conte Ruggero, il quale
- come detto - governava la Sicilia quale vassallo di suo fratello
Roberto il Guiscardo, padre di Boemondo.
Quando il conte Ruggero assunse praticamente la funzione di re della
Sicilia, costituì suo nipote, Simone, conte di Butera e di Policastro;
e l’avrà evidentemente indotto a dare aiuti validi alla causa dei
crociati. Questo fu un impegno plebiscitario da parte di tutti i
principi occidentali in quel tempo, che fecero a gara per sostenere pur
da lontano, i sacrifici eroici dei loro fratelli, che nelle crociate ci
rimettevano la vita.
Avvenuta la presa di Gerusalemme, il 15 luglio del 1099, fu giocoforza
provvedere alla custodia dei luoghi santi, tantoché Goffredo di
Buglione si era pregiato del titolo di protettore del Santo Sepolcro.
E allora avvenne che alcuni crociati tornarono alla loro patria, mentre
altri restarono; quelli che restarono si distinsero in tre gruppi: i
fratelli cavalieri militi, i fratelli aiutanti e i fratelli religiosi;
rispettivamente addetti o alle armi o ai servizi ausiliari e ospedalieri
o alla cura del tempio; ma per tutti i crociati era d’obbligo il voto
della loro vita nella lotta armata contro l’infedele musulmano.
Tale voto era temporaneo per i primi due gruppi; ma era perpetuo per il
terzo gruppo, che, pur conservando la divisa dei crociati si
costituirono in sodalizio o ordine religioso, assumendo l’osservanza
di uno statuto e regolamento, che inizialmente fu lo stesso Statuto
della Cavalleria medievale integrato per la parte religiosa con la
Regola cenobitica di S. Agostino.
Dopo la presa di Gerusalemme, dei crociati reduci, non tutti deposero la
divisa per riprendere la consueta vita: tanti di loro, specialmente se
conterranei, vollero continuare la vita comunitaria e la pratica delle
osservanze proprie dei crociati.
E fu a un gruppo di costoro, quali rappresentanti della chiesa del S.
Sepolcro di Gerusalemme, che il summenzionato conte Simone di Butera e
di Policastro, nipote del Normanno conte Ruggero, sette anni dopo la
presa di Gerusalemme, fece atto di donazione della chiesa di S. Andrea
in Piazza Armerina con annesso cenobio che egli aveva fatto costruire
dieci anni prima e cioè nel 1096 alla periferia di Piazza Armerina, che
allora apparteneva alla circoscrizione ecclesiastica della diocesi di
Catania.
Il Conte Simone di Butera e di Policastro fece l’anzidetta donazione
esattamente il 30 novembre del 1148, indizione XII, per atto del not.
Guglielmo Grammatico, alla presenza del figlio Ruggero e di un abate
denominato "Abbo de Platea" e qualificato come abate do
Gonfio, che probabilmente sarà stato l’abate della comunità Cenobita
dei cavalieri del S. Sepolcro di Piazza Armerina, nelle cui mani fu
consegnata la chiesa di S. Andrea, quale rappresentate legale della
chiesa del S. Sepolcro di Gerusalemme, destinatario della donazione.
Nel testo dell’atto il conte Simone dichiara di donare anche la
cappella di S. Agata sita in piazza Armerina.
Nella chiesa di S. Andrea, oggetto della donazione, c’era un altare
dedicato a S. Agata, di cui fino al tempo dello storico abate Rocco
Pirro, esisteva, collocato nello stesso altare, "un antico
bellissimo altare": ciò conferma l’allora appartenenza del
territorio di Piazza Armerina alla diocesi di Catania.
A questo punto e per questo motivo, alla storia delle origini dell’ordine
Equestre del S. Sepolcro di Gerusalemme in Sicilia, si intreccia una
delle pagine più interessanti della storia di Catania.
Lo storico Amari ci informa che l’allora signore di Catania,
Ibn-Thimna era stato spodestato da Ibn-Hawasci, signore di
Castrogiovanni, suo cognato.
Ibn-Thimna, per rifarsi, ricorse ai normanni che, con a capo Roberto il
Guiscardo, governavano l’Italia Meridionale, quale vassalli del Papa:
egli si incontrò a Mileto con il fratello di Roberto cioè con il Conte
Ruggero, cui offerse i suoi buoni uffici perché scendesse in Sicilia e
se ne impadronisse.
Il conte Ruggero colse la palla al balzo, e, evidentemente informatone
il Papa, assieme a suo fratello Roberto il Guiscardo, affronta la
campagna di Sicilia, ove ancora c’erano residui concentramenti di
truppe musulmane.
Dopo gravi combattimenti nel 1061 è conquistata Messina, nel 1071
Palermo, nel 1088 Catania e Siracusa, nel 1091 Agrigento.
Nell’Aprile 1089 il conte Ruggero era impegnato in un lento
combattimento con i musulmani presso Butera: in quel frangente gli
perviene un messaggio da parte del Papa Urbano II, che era giunto a
Troina e lo chiamava a venire colà per trattare affari importanti.
Ruggero raggiunge il Papa, lasciando ai suoi capitani il compito di
proseguire il combattimento.
Nell’incontro, il Papa tratta con Ruggero della restituzione delle
chiese e dei vescovi in Sicilia, della ricostruzione delle cattedrali e
del passaggio del rito liturgico dalla lingua greca-imposta dopo il 1038
da Giorgio Maniace (generale bizantino inviato in Sicilia dall’imperatore
Michele Paflagonio) - alla lingua latina.
Dopo quell’incontro Ruggero torna a Butera, dove riduce alla resa i
Musulmani. E sarà stato allora, che Ruggero avrà lasciato a Butera
come conte, suo nipote Simone.
Nell’incontro del Papa con il conte Ruggero fu decisa anche la
designazione dei nuovi vescovi della Sicilia e fra gli altri il vescovo
che doveva fare risorgere la diocesi di Catania, nella persona di
Ansgerio, priore del monastero Benedettino di S. Eufemia in Calabria,
evidentemente noto ai Normanni, perché in Catania governava il fratello
maggiore di Ruggero, Roberto il Guiscardo.
La consacrazione di tali vescovi fu fatta dallo stesso Papa Urbano II.
Tutte queste notizie sono contenute in un Diploma che lo stesso conte
Ruggero concesse a Catania nel 1091, ove sancisce che il vescovo di
Catania doveva essere lo stesso abate della locale abazia dei monaci
benedettini, ed ove vengono elencati tutti i beni immobili che venivano
a costituire la dote della risorta diocesi di Catania.
Con altro diploma Ruggero arricchì la chiesa di Catania dei feudi
presso Taormina.
Il vescovo Ansgerio svolse il suo ministero dal 1104 al 1124; anno in
cui morì.
Quindi, fu sotto il vescovo Ansgerio, nel 1106, che Simone conte di
Butera donò il Cenobio di S. Andrea in Piazza Armerina alla Chiesa del
S. Sepolcro di Gerusalemme.
Ed evidentemente si deve supporre il necessario intervento di tale
vescovo per spiegare come mai, nella chiesa di S. Andrea, venne eretto
un altare in onore di S. Agata; e collocato "un bellissimo
quadro" della stessa Santa martire; e come mai nell’atto di
donazione (di cui sopra abbiamo parlato) su rileva espressamente che
alla chiesa del S. Sepolcro di Gerusalemme, tramite il Cenobio di S.
Andrea, il conte Simone, volle anche donare la cappella di S. Agata sita
nel casale di Gallinica, cioè nell’odierna rinomata villa del Casale.
Ansgerio morì nel 1124 e gli successe il vescovo, abate Maurizio.
Nel 1126, appena due anni dopo del suo insediamento, il vescovo Maurizio
è il protagonista del più grande avvenimento religioso di questo
secondo millennio a Catania: il ritorno delle reliquie di S. Agata a
Catania per opera di due personaggi, l’uno un militare provenzale
chiamato Gilbert e l’altro calabrese chiamato Goselmo o forse
Guglielmo. Gilbert in qualità di militare fu colui che all’interno
della chiesa di Costantinopoli, ove erano state collocate le reliquie di
S. Agata, poté avere via libera per effettuare il trafugamento di
quelle reliquie.
Ed è facile spiegare la presenza di un francese e di un calabrese a
Costantinopoli, sede della corte imperiale, ove sedeva Giovanni Commeno
figlio di quell’imperatore Alessio Commeno (di cui abbiamo già
detto), che sollecitò il Papa Urbano II ad effettuare la spedizione dei
crociati di Terra Santa.
I crociati, abbiamo già detto, in parte erano francesi e in parte
italiani della Calabria e Sicilia, mandati da Roberto il Guiscardo al
comando di suo figlio Boemondo.
Quindi è più che logico ipotizzare, che quei due personaggi, che
riportarono a Catania le reliquie di S. Agata nell’agosto 1126,
fossero due crociati, primi benemeriti cavalieri di questo inclito
Ordine Equestre del S. Sepolcro di Gerusalemme.
Intanto nel 1140 morì il vescovo Maurizio e gli successe il vescovo
Giovanni, forse di origine slava o chissà se polacca, che esercitò il
suo ministero dall’ottobre 1141 al giugno 1145: a quel tempo era
ancora in vita il conte Simone di Butera ed a Catania nell’archivio
capitolare della cattedrale vi è una preziosa pergamena originale, che
contiene un atto di donazione, con cui quel conte Simone donò, al
vescovo pro-tempore Giovanni anzidetto, la chiesa così detta di
"Santa Maria di Patri Santo" in piazza Armerina.
A completare il quadro delle notizie, che riguardano le sorti dell’ordine
Equestre del S. Sepolcro di Gerusalemme in Sicilia, occorre rilevare
quanto segue.
Nel 1144 Edessa il caposaldo orientale del dominio crociato cadde in
mano del sultano Imadeddin Zenki di Mossul e Haleb: e nel mondo
cristiano d’occidente la notizia si ripercosse determinando grave
costernazione.
In quell’anno il Papa Celestino II, con la bolla del 10 gennaio 1144,
conservata nell’archivio vaticano, riconobbe l’ordine equestre dei
Cavalieri del S. Sepolcro, destinati a custodire il S. Sepolcro ed a
soccorrere i pellegrini che vi si recano.
In tale bolla sarebbe stato dal Papa riconosciuto anche il Cenobio di S.
Andrea in Piazza Armerina e sarebbero stati concessi parecchi privilegi,
tra cui anche quello per cui in tempo di Pasqua i visitatori del Cenobio
potevano lucrare le stesse indulgenze, che lucravano i pellegrini che
visitavano la chiesa del S. Sepolcro a Gerusalemme.
Sarebbe stata anche concessa ai membri del cenobio la facoltà di
eleggersi il priore, la cui investitura però sarebbe stata riservata al
conte, che assumeva la figura giuridica di "Patrono" di quel
beneficio ecclesiastico; è certo che il cenobio fu qualificato come
"regia prelatura" e, come tale, soggetto ai visitatori regi.
Si suppone che il Papa abbia rivolto ovunque l’appello ai cristiani
affinché concorressero ad aiutare i crociati dei luoghi santi, tanto
che in quel tempo si fece a gara nel fare donazioni di beni a favore
degli ordini cavallereschi.
Dal 1144 al 1223, non si hanno particolari notizie del priorato di S.
Andrea.
C’è un preziosissimo libro il cui autore è anonimo, intitolato
"Cronologia dei Gran Priori" di S. Andrea di Piazza, Storia di
Piazza, forse in più volumi, che il Roccella cita continuamente,
dicendo che è inedito ma non dice dove si trovi.
In tale libro è detto che nel 1223 sotto la prioria del magnifico
Giovanni da Platea (Piazza), il cenobio diede splendida prova nel
sostenere l’indipendenza della Terra Santa e partecipò alle imprese
dei crociati spiegando le insegne delle cinque Croci Rosse; ed è detto
anche che dal 1144 al 1223 nel cenobio di S. Andrea abitavano il gran
Priore, quattro canonici presbiteri e molti conversi e cavalieri armati.
Il Roccella ci fornisce un'importante notizia che, se fosse documentata,
chiarirebbe e spiegherebbe il problema dell’oscurità, che investe le
origini storiche dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di
Gerusalemme.
Egli asserisce che l’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme
originariamente era una istituzione complessa, che si articolava in tre
distinti ordini cavallereschi e cioè: i Templari, gli Ospedalieri e i
militi armati.
Questi tre ordini di cavalieri religiosi tendenti a un unico scopo,
avevano in Piazza Armerina rispettive e proprie case, col titolo di
Commenda, oggi si direbbe con patrimonio proprio. A riprova di tale suo
asserto egli rimanda ad una apposita pubblicazione cioè ad un suo libro
intitolato "Gli Ospitalieri ed i Templari in Piazza Armerina",
edito nel 1878.
Se ciò fosse vero e se si avesse in mano tale notizia, occorrerebbe
raffrontarli con la notizia che ci è stata fornita dall’annuario 1981
della Luogotenenza del nostro Ordine per l’Italia centrale, ove, nella
rubrica "L’Ordine ieri e oggi", si dice che il più antico
documento attestante l’istituzione del nostro ordine risale al 1103;
esso è di Baldovino I, fratello minore di Goffredo di Buglione. Con
esso si da facoltà al patriarca di Gerusalemme di creare cavalieri dell’ordine.
A Ruggero I morto nel 1101, successe il figlio Ruggero II che morì nel
1154; ed a Ruggero II successe il figlio Guglielmo I il Malo; contro
costui fu ordita una congiura dal Ruggero figlio del conte Simone e da
Tancredi nipote illegittimo di Ruggero II.
Guglielmo I il Malo nel 1161, sventata la congiura, espulse dalla
Sicilia i due ribelli e avocò a sé, re di Sicilia, i diritti di
patronato sul cenobio di S. Andrea a Piazza Armerina. E così avvenne
che il diritto di patronato dal re di Sicilia nell’anno 1862 passò al
re d’Italia Vittorio Emanuele II, che prescelse come priore il sac.
Vincenzo Crisafulli, il quale si rese benemerito per aver restaurato
tutte le fabbriche dell’antico Cenobio e dello stesso tempio.
Guglielmo I il Malo morì nel 1166; e gli successe Guglielmo II il
buono, il quale nel 1172-73 fondò la cattedrale di Monreale: egli morì
nel 1189.
Nel 1190 Tancredi ritorna in Sicilia e dalla nobiltà Siciliana venne
eletto re di Sicilia: egli morì quattro anni dopo nel 1194.
Frattanto Costanza, figlia di Ruggero II, era andata sposa all’imperatore
Germanico Enrico VI degli Svevi; e fu allora che Enrico VI per i diritti
spettanti a Costanza, sua moglie, intervenne in Sicilia eliminando
definitivamente i normanni e istaurando così la dominazione Sveva.
Dominazione sveva
L’imperatrice Costanza fu la madre di Federico II di Svevia morto nel
1250 e seppellito nella cattedrale di Palermo.
Frattanto nel 1244 Gerusalemme fu espugnata dai Turchi e tolta dal
dominio dei Cavalieri del S. Sepolcro: fu allora che i cavalieri
dispersi si indirizzarono nelle varie case d’Italia e d’Europa; e fu
così che il cenobio di S. Andrea allora tornò a riempirsi di cavalieri
reduci da Gerusalemme.
A Federico II successe il figlio Corrado IV (1250-54) e dopo 9 anni
forse di anarchia succede in Sicilia la dominazione angioina.
Dominazione angioina
Nel 1265 il Papa Clemente IV concede la Sicilia in feudo a Carlo I d’Angiò.
Nel 1266 muore Manfredi, figlio di Federico II nella battaglia di
Benevento; e nel 1268 Corradino, ultimo degli Svevi, viene decapitato a
Napoli.
Dal 1266 al 1282 gli angioini opprimono la Sicilia; ma nella Pasqua del
1282 i Siciliani li eliminano con i Vespri Siciliani.
Dominazione aragonese
Nel 1282 Pietro III d’Aragona, genero di Manfredi, rivendica il
dominio della Sicilia e se ne impadronisce.
Così la Sicilia dal 1282 al 1412 resta distaccata politicamente dall’Italia.
Nel 1285 muore Pietro III e gli succede il figlio Giacomo, nipote di
Manfredi, figlio di Federico II.
Ma nel 1289 il Papa tenta di ridare la Sicilia in feudo agli angioini,
nella persona di Carlo II d’Angiò. Ma i siciliani preferiscono e, nel
1296, eleggono re di Sicilia Federico III, altro figlio di Pietro III d’Aragona.
Nel 1302 ebbe luogo la pace di Caltabellotta tra Federico III d’Aragona
e Carlo II d’Angiò.
La Sicilia cade sotto l’interdetto del Papa dal 1321 al 1335.
Nel 1332 a Federico III d’Aragona succede il figlio Pietro, che muore
nel 1391, dal 1391 al 1409 diventa re di Sicilia Martino I d’Aragona.
Nel primo anno del suo regno, Martino I avocò a se non solo l’investitura
ma anche la designazione e la nomina del gran priore di S. Andrea a
Piazza Armerina; prescegliendo il nobile Piazzese Giovanni Suriano dell’ordine
del S. Sepolcro, che si rese emerito per saggezza e moderazione nel
governo, che egli aveva nei confronti di tutti i cenobi Siciliani: tutti
i confrati allora sempre vestivano con abito talare nero e con l’insegna
delle cinque croci rosse; mentre il Gran Priore, ascritto fra i primati
del regno, godeva dei privilegi episcopali e nella camera legislativa
disponeva del 35° posto, prerogativa che conservò fino al 1815 anno in
cui Ferdinando I abolì il Parlamento Siciliano.
Nel 1409 morì Martino I; e gli successe per un anno Martino II, che
morì nel 1410.
Nel 1412 viene eletto re di Sicilia Ferdinando I di Castiglia, nuova
dinastia Aragonese.
Nel 1416 a Ferdinando I succede il figlio Alfonso I, e fu proprio sotto
Alfonso I (1416-1458) che nel 1446, in seguito a un intervento del
reggio visitatore ed anche per decreto pontificio, i canonici del Gran
Priorato di S. Andrea in Piazza Armerina decaddero dai loro diritti, e
il titolo di Gran Priore fu conferito dal re a un presbitero, coadiuvato
da quattro cappellani, tutti e cinque sempre fragiati dalle insegne
delle cinque croci rosse, proprie dell’Ordine Equestre del S. Sepolcro
di Gerusalemme.
Dopo d’allora il Gran Priore venne scelto sempre dal re di Sicilia e
qualche volta anche dal Papa e fruiva dei privilegi annessi al Cenobio.
Sac. Cav. Santi D’Arrigo
L’ORDINE
EQUESTRE DEL SANTO SEPOLCRO IN SICILIA
DAI MUSSULMANI AI NOSTRI GIORNI
Oggi l’Ordine è presente in diversi Stati del mondo, e nelle diverse
regioni d’Italia, e particolarmente, in maniera incisiva, in Sicilia.
Caduta la Terra Santa in mano ai mussulmani, nel 1446 i canonici
regolari del Priorato di Sant’Andrea Piazza Armerina vennero
sostituiti da quattro cappellani secolari. Sebbene questi ultimi
continuassero a fregiarsi della croce potenziata rossa, il priorato
cessava di appartenere all’Ordine del Santo Sepolcro per divenire un
pingue beneficio che i sovrani aragonesi, e, via via, dopo di loro,
quelli spagnoli, austriaci, borbonici e italiani conferiranno a
ecclesiastici di loro fiducia.
Il Gran Priore pro-tempore fu innalzato in epoca più recente alla
dignità dei Pari del Parlamento di Sicilia, il più antico Parlamento d’Europa.
Il Parlamento si componeva di tre bracci: l’ecclesiastico, che
comprendeva 66 prelati; il militare che annoverava 58 principi, 27
duchi, 37 marchesi, 27 conti, un visconte e 79 baroni; e il demaniale
che comprendeva 43 rappresentanti delle città regie. Questo sistema
legislativo durò fino al 1815, anno in cui Ferdinando I abolì la
rappresentanza siciliana e istaurò il governo assolutista.
Oggi questo insigne monumento, considerato dagli specialisti il
prototipo dello stile gotico siciliano e ammirato dagli storici dell’arte
per i preziosi affreschi che ne decorano le pareti, è di nuovo affidato
alle cure dei Cavalieri del Santo Sepolcro.
Un altro antico priorato è quello della chiesa di S. Croce in Messina.
Questa antichissima chiesa, costruita fuori le mura della città, sotto
i Normanni (sec. XII) ospitò prima i canonici regolari di S. Agostino e
fu unita poi al monastero del S. Sepolcro in Gerusalemme.
L’artistica chiesa ospitò anche i confratelli cavalieri del S.
Sepolcro, che tanto lustro diedero all’antico priorato.
Questi ultimi avranno avuto una gloriosa storia se nella processione del
3 giugno 1537 (festa del Sacramento) avevano la precedenza su tutte le
confraternite.
Sempre nel 1537, l’Amministrazione Comunale di Messina abbatté il
tempio per la costruzione delle nuove mura della città, e i canonici
regolari costruirono un nuovo cenobio per mille scudi, che ebbero per
tale scopo, e vi trasferirono il Priorato.
Ma l’attività di questi canonici durò poco: e la chiesa, con i suoi
beni annessi, passò sotto il patronato giuridico dei re di Sicilia.
Questi ultimi cominciarono a scegliere i commendatori priori e
aggregarono alla chiesa di S. Croce di Messina la chiesa di S. Croce
della città di Mineo e la chiesa della Beata Vergine dell’Accomodata
della città di Messina, un tempo componenti del Priorato.
Scarsi e contrastanti sono i documenti sulla presenza dell’Ordine
Equestre del S. Sepolcro in Sicilia attraverso i secoli.
Nel 1932 esso contava qui solo pochi cavalieri; ed il Luogotenente, di
nomina del Patriarca Latino di Gerusalemme, avviò l’opera di
riorganizzazione ed ebbe inizio la rinascita dell’Ordine nell’isola.
Con le riforme statutarie dell’Eminentissimo cardinale Canali, la
Luogotenenza di Sicilia fu divisa in due Sezioni: Sicilia Occidentale e
Sicilia Orientale, mentre successivamente essa fu assorbita da quella
per l’Italia Meridionale.
Durante gli anni di ricostruzione, grazie alla generosità degli
Eminentissimi cardinali Lavitrano e Ruffini, Arcivescovi di Palermo, l’Ordine
Equestre del S. Sepolcro ebbe in Palermo, ed ha tuttora, la gestione e
fruizione delle prestigiose chiese: quella Capitolare di S. Cataldo
(1937) e l’Oratorio di S. Caterina d’Alessandria (1946).
Fra i più insigni benemeriti cavalieri dell’Ordine in Sicilia si
ricordano il cardinale Segretario di Stato di Sua Santità Leone XIII,
Mariano Rampolla del Tindaro, e il cardinale Benedetto Dusmet,
arcivescovo di Catania (di cui è in corso la causa di Beatificazione).
Il rilancio dell’Ordine è stato premiato prima, in data 6 ottobre
1980, con la istituzione della Delegazione Magistrale, e
successivamente, in data 1 dicembre 1981, con il ripristino della
Luogotenenza per l’Italia Sicilia divisa oggi nelle Sezioni di
Palermo, Catania, Messina e Siracusa con le Delegazioni locali di
Trapani, Caltanissetta, Piazza Armerina, Patti ed Agrigento.
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